Imputabilità minorile e sviluppo: cosa ci dice la scienza

a cura del Gruppo di Lavoro Perinatalità, Infanzia e Adolescenza e della referente Claretta Femia, consigliera del Cnop

Le recenti proposte legislative sull’imputabilità dei minori aprono un dibattito che attraversa la giustizia, la salute, l’educazione e la responsabilità collettiva. La tutela delle vittime e la sicurezza delle comunità sono obiettivi imprescindibili. Proprio per questo è importante che ogni scelta normativa sia accompagnata dalle migliori evidenze scientifiche sullo sviluppo dell’infanzia e dell’adolescenza.

Le neuroscienze dello sviluppo mostrano come l’adolescenza sia una fase caratterizzata da una profonda riorganizzazione cerebrale. Le capacità di controllo degli impulsi, pianificazione e regolazione delle emozioni maturano progressivamente, mentre i sistemi coinvolti nella ricerca della ricompensa e nella sensibilità sociale sono più precocemente attivi. Questa asincronia contribuisce a spiegare la maggiore vulnerabilità degli adolescenti a comportamenti impulsivi, soprattutto in situazioni di intensa attivazione emotiva o sotto l’influenza del gruppo dei pari (Casey, Jones & Hare, 2008; Steinberg, 2008; Crone & Dahl, 2012).

Lo sviluppo, tuttavia, non è il risultato della sola maturazione biologica. La prospettiva sociocostruttivista, a partire da Vygotsky, ha mostrato che le funzioni psichiche superiori — ragionamento morale, autoregolazione, senso di responsabilità — si costruiscono anzitutto nello spazio delle relazioni sociali, attraverso il linguaggio, la narrazione condivisa e l’incontro con adulti capaci di offrire scaffolding, ovvero sostegno e guida calibrati sul livello di sviluppo del bambino (Vygotsky, 1934/1990; Bruner, 1990). Il cervello cresce all’interno di un’ecologia sistemica — famiglia, scuola, comunità, ambienti digitali — e sono questi contesti a offrire (o negare) le risorse simboliche e relazionali attraverso cui bambini e adolescenti imparano a dare senso alla propria esperienza.

Centrale in questa prospettiva è il processo di significazione e simbolizzazione del contesto: i ragazzi non reagiscono agli eventi in modo meccanico, ma li interpretano attraverso i significati che hanno appreso nei loro ambienti di vita. Quando quei contesti sono privati di riferimenti narrativi condivisi, o segnati da violenza, ne risente la capacità stessa di attribuire senso alle proprie azioni e alle loro conseguenze. Gli studi sui neuroni specchio (Rizzolatti e collaboratori) confermano questa dimensione: i ragazzi imparano non solo da ciò che viene loro insegnato, ma da ciò che vedono vivere quotidianamente.

Questa prospettiva è coerente con il modello bioecologico di Bronfenbrenner: relazioni sicure, regole coerenti e opportunità educative favoriscono lo sviluppo delle competenze cognitive, emotive e morali; al contrario, trascuratezza, conflittualità persistente, povertà educativa e marginalità aumentano il rischio di disagio e comportamenti antisociali, pur senza determinarli inevitabilmente.

Queste conoscenze non attenuano il principio della responsabilità individuale, ma ricordano che la maturità psicologica non coincide automaticamente con l’età anagrafica, e che essa si costruisce — o si ostacola — nelle relazioni e nei contesti di crescita.

Le evidenze disponibili indicano che investire nei primi anni di vita produce benefici duraturi per la salute mentale, riduce il rischio di dispersione scolastica ed esclusione sociale, e rafforza la sicurezza delle comunità nel lungo periodo (Dahl et al., 2018; Farrington & Welsh, 2007; National Scientific Council on the Developing Child, 2015).

Per il Gruppo di Lavoro “Perinatalità, Infanzia e Adolescenza” del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, coordinato dalla dott.ssa Claretta Femia, sicurezza e prevenzione non sono obiettivi contrapposti: una società è tanto più sicura quanto più è capace di sostenere precocemente bambini, adolescenti e famiglie. Gli psicologi, insieme ai professionisti della sanità, della scuola, dei servizi sociali e della giustizia minorile, contribuiscono all’individuazione precoce delle fragilità, al sostegno della genitorialità e alla costruzione di percorsi che favoriscano responsabilizzazione e riduzione della recidiva.

La sicurezza delle comunità non si costruisce soltanto attraverso la risposta sanzionatoria, ma creando le condizioni perché ogni bambino possa crescere in contesti relazionali capaci di promuovere sviluppo, responsabilità e benessere. La mente non si sviluppa nel vuoto: si costruisce nelle relazioni e nei significati che esse trasmettono. Investire nell’infanzia significa investire nella sicurezza futura del Paese.